domenica 23 gennaio 2022

Wushuang - L'Impareggiabile_Cap.1

 Wushuang - L'Impareggiabile

di Meng Xi Shi

Traduzione dall'inglese (Asian novel + Dust Bunny) di Federica

 


Capitolo 1

Tumulti nelle Terre di Confine

 

Il vento del nord imperversava e infuriava per le terre. La primavera non era neanche lontanamente vicina.

Era quasi marzo, ma il tempo restava tetro al confine. Il cielo, un attimo era blu e poi, in un battito di ciglia, ecco che mutava senza alcuna avvisaglia. Un vento gelido si sollevò dalle terre limitrofi. Nubi scure si riunirono fino a formare un denso nero che gravava sulle teste delle persone, come un’ombra inestinguibile che pesava sui cuori di ognuna.

Yuchi Jinwu riusciva a percepire il rallentare dei suoi uomini a mano a mano che procedevano. A un tratto, sollevò la tenda e sporse il collo all’esterno per dare un’occhiata.

In quella, il vento ululò, portando con sé un po’ di sabbia. La sua amata concubina, accanto a lui, urlò in segno di allarme, aggrappandosi poi in fretta al suo braccio.

«Signore, riusciremo ad arrivare in città prima che faccia buio?»

La voce dolce e soave alleggerì appena l’ansia che attanagliava Yuchi Jinwu. Le diede qualche pacca sulla coscia. Attraverso la stoffa sottile poteva percepire la soda consistenza di ciò che vi era celato sotto. Riusciva addirittura a immaginare la pelle liscia e morbida che avrebbe trovato una volta rimosso quello stupido abito, ma non era dello stato d’animo giusto per flirtare con lei, in quel momento.

«Penso di sì,» rispose, ma lo fece accigliato e con un tono di voce incerto.

Era un membro della famiglia reale dei Khotan. Era stato incaricato dal re di visitare la Piana Centrale e pagare il tributo a loro dovuto.

In quel periodo, proprio nella Piana Centrale, la grande dinastia Sui aveva da poco deposto i Zhou e stabilito la propria reggenza come la nascente Dinastia del Nord.

L’imperatore dei Sui, Yang Jian, era un tipo tanto ambizioso da essersi messo in prima linea pur di assicurare prosperità al paese. Per questo, l’emblema di quella nuova dinastia era un sole nascente, capace di irradiare prosperità sconfinata. Perfino i Chen del sud avevano inviato dei messi per porgere i propri omaggi.

Il Regno di Khotan era un semplice Stato situato ai margini della Grande Muraglia, ma i frequenti assalti dalle popolazioni barbare avevano messo a dura prova la resistenza della loro gente. Il re di Khotan aveva sentito dire che la dinastia Sui avrebbe raggiunto la capitale entro l’anno con un ordine di amnistia e, subodorando il vantaggio celato dietro a quella insperata opportunità, aveva inviato in fretta Yuchi Jinwu in missione speciale. L’uomo portava con sé regali preziosi e l’intento preciso di guadagnare un’udienza con l’imperatore Sui nella città di Daxing. Da una parte, l’incontro sarebbe servito a stabilire un rapporto amichevole tra il Regno e l’Impero, ma dall’altra c’era la speranza che i Sui potessero inviare delle truppe a protezione dei Khotan.

In ogni caso, comunque, il viaggio non stava andando molto bene.

Dopo aver lasciato il Regno, non appena avevano varcato i confini di Qiemo, i cavalli avevano iniziato a vomitare e stare male di stomaco e ci erano voluti parecchi giorni prima che si riprendessero. Ciononostante, appena ripreso il viaggio, si erano imbattuti in quelle terribili condizioni climatiche. Angoscia e agitazione si succedevano nella mente di Yuchi, ormai. Addirittura, espresse il desiderio che un paio di ali gli spuntassero sulla schiena per consentirgli di volare nell’immediato e raggiungere la città di Daxing.

Non poté fare a meno di lanciare un’altra occhiata verso un angolo della carrozza. C’erano due bauli accatastati l’uno sull’altro, contenenti i suoi effetti personali e alcuni vestiti. Dal momento che la carrozza era spaziosa e i bauli non poi così ingombranti, aveva dato disposizione ai servitori affinché fossero stipati all’interno del mezzo, perché non c’era alcun bisogno che restassero sul retro. A un certo punto perfino l’amata concubina si rese conto del suo sguardo insistente. Sorrise con dolcezza, poi chiese ridacchiando: «Signore, vi prego, ditemi: c’è qualche bellezza nascosta in quei bauli?»

La tensione di Yuchi scemò lentamente al suono di quelle moine scherzose. «E che ne sarebbe di te se davvero ce ne fosse una?»    

La sua bellissima concubina, fingendosi arrabbiata, rispose in maniera civettuola: «In quel caso non avrei altra scelta se non uscire di qui, abbandonare il mio posto e consegnare con rassegnazione il mio Signore a lei!»

Yuchi Jinwu si lasciò andare a una risata di cuore prima di stringerla tra le braccia. I corpi di entrambi aderirono l’uno all’altro e in un attimo le cose si fecero intime tra loro. Quella breve parentesi aiutò Yuchi a disperdere gran parte dell’oscura nube che attanagliava il suo cuore.

«Non dovrai dire a nessuno ciò che sto per rivelarti. Perlomeno, non prima che si riesca ad arrivare nella città di Daxing.»

Tanto lui era solenne, tanto la concubina risultava curiosa. Si aggrappò alla sua manica, impiegando ogni suo sforzo per essere abbastanza civettuola da permettersi di insistere ancora. Solo allora Yuchi Jinwu disse con lentezza: «Nei bauli è custodito un tributo.»

«Ma non sono tutti stipati nella carrozza dietro la nostra?» volle sapere lei, perplessa.

«Quelli sono solo alcuni doni di poco conto. Come potrebbe un imperatore come quello dei Sui prendere anche solo in considerazione oro e gioielli?»

La concubina fu davvero sorpresa nell’udire quelle parole. «Ma il nostro è solo un piccolo Stato. Quale raro oggetto potremmo mai avere per suscitare la brama dell’Imperatore? A meno che non si tratti di un raro pezzo di giada…»

Yuchi Jinwu le diede un pizzicotto sulla guancia delicata.

«Come sei intelligente. Ha davvero qualcosa a che fare con la giada, ma non si tratta di una semplice pietra. È la Giada Tianchi.»

La concubina lanciò un urlo di stupore. «La leggendaria giada che assicura l’immortalità?»

 Prima che potesse finire, tuttavia, Yuchi le aveva già coperto la bocca con una mano. La donna tornò in sé quando notò lo sguardo severo che il suo Signore le stava rivolgendo, quindi ridusse la sua voce a un sussurro. «Ero fuori di me. Quello è il tesoro più prezioso di Khotan, eppure volete dirmi che il re lo sta dando via?»

Yuchi Jinwu annuì a malincuore. «Cos’altro avremmo potuto fare? Il re spera di ottenere un’alleanza con i Sui, quindi non aveva altra scelta se non privarsi di qualcosa abbastanza degno di fiducia.»

A dispetto del nome, la Giada di Tianchi non era stata trovata nei pressi del lago omonimo, ma dissotterrata da un taglialegna Khotan del tutto casualmente. Mentre stava lavorando, infatti, l’uomo era giunto inaspettatamente nei pressi di una cava e aveva trovato quel pezzo di giada, che sembrava avere cristallizzata al suo interno l’intera essenza della montagna stessa. La leggenda narrava che era chiara e limpida come la rugiada del mattino con un cuore azzurro ghiaccio nel centro, proprio come le acque del Lago Tianchi provenienti dai monti innevati. Fu così che la giada assunse quel suo nome caratteristico.

Il taglialegna mostrò al re la pietra rinvenuta. Stando a quanto narrato, la madre del sovrano, a quel tempo, era affetta da una strana e cronica malattia. Il re, allora, tagliò una piccola lastra della giada, la ridusse in polvere e la aggiunse alla sua medicina. La nobile madre si ristabilì completamente, ma non solo: anche la sua pelle ringiovanì, e l‘incarnato riacquistò la brillantezza di un tempo. Si raccontava che la regina Dowager fosse vissuta per più di novant’anni e che fosse morta solo pochi anni prima.  

Fu questo il motivo per il quale la fama della Giada di Tianchi si diffuse a macchia d’olio. E per molti la pietra divenne non più solo un mezzo per guadagnare di nuovo gli anni della giovinezza, ma anche l’elisir per salvarsi da ogni malattia, nonché il rimedio per i guerrieri marziali di ristabilire i propri meridiani e la forza interna. Un simile tesoro aveva ovviamente attratto la brama di molti, ma i Khotan vedevano la giada come un tesoro nazionale. Nessuno sapeva dove il sovrano l’avesse custodita. Di sicuro, la Giada di Tianchi doveva essere uno dei motivi per cui i barbari avevano messo gli occhi su uno Stato piccolo come quello di Khotan.

Il re di Khotan non era un folle, sapeva benissimo a cosa sarebbe andato incontro custodendo una simile gemma. Ma un pezzo di giada non era così importante davanti alla pace e alla stabilità del suo popolo. Perciò, portare la gemma all’Imperatore Sui in cambio di protezione era certamente la scelta più saggia che potesse fare, rispetto al lasciare ai turchi la possibilità di impadronirsene.

I perché e i per come di tutta la storia mozzarono letteralmente il fiato alla concubina, che domandò: «Mio Signore, è davvero sicuro scortare un tesoro così prezioso fino alla corte dei Sui avvalendosi di così poche persone?»

Yuchi rise di gusto. «Non sottovalutare quegli uomini là fuori. Sono i migliori guerrieri marziali al servizio del Regno. Il Re ha mandato tutti quelli che aveva con noi, questa volta. Meno attenzione attirano, meglio è per tutti.» Si fermò per un momento a riflettere, poi la avvertì di nuovo dicendo: «Che resti fra me e te. Non deve esserci una terza persona a conoscenza di questa storia.»

La concubina annuì freneticamente. «Vi assicuro che ho capito. Se la notizia trapelasse le nostre vite sarebbero in pericolo. Meno persone sanno qualcosa, meglio è.»

Yuchi Jinwu affondò le lunghe dita nella fluente chioma nera di lei, esprimendo la propria soddisfazione. «Sei con me da circa cinque anni. Ho sempre saputo che eri la più intuitiva. Non ho alcun motivo di preoccuparmi. Una volta che saremo in città, l’Imperatore ci invierà altri soldati per scortarci fin nella capitale. A quel punto potremo starcene davvero tranquilli.»

 Mentre erano impegnati a parlare tra loro a bassa voce, il vento crebbe d’intensità, trasportando sabbia e neve, tanto che anche la carrozza prese a muoversi, scossa dalle forti raffiche. I profili in legno del mezzo scricchiolavano sotto tutta quell’impetuosità.   

Yuchi Jinwu non era più nello stato d’animo adatto a proseguire la conversazione. Le sue labbra si incresparono e cadde il silenzio. La sua amata concubina si strinse saldamente alle sue vesti. Si rannicchiò tra le sue braccia, non osando neanche muoversi. Tra gli ululati incessanti del vento, a Yuchi pareva di udire il rumore di una moltitudine di cavalli al galoppo che, via via, si avvicinava a loro.

Dal momento che i mercanti amavano la merce che avevano a disposizione e adoravano vivere a lungo, Yuchi dubitava che si trattasse di qualcuno di loro, perché non si sarebbero mai arrischiati a proseguire nel proprio viaggio con quel tempo. Potevano essere i messaggeri dell’Imperatore, inviati fin lì per incontrarli.

A quel pensiero, si sentì rinfrancato. Disse alla sua concubine: «Esco un attimo fuori per dare un’occhiata…»

La tenda fu sollevata. Una guardia fece capolino con la testa e disse con apprensione: «Signore, ci sono troppo vento e troppa polvere, qui fuori. Perché non ci fermiamo al rifugio di fronte a…»

E tutto precipitò in un istante.

Ci volle solo un momento prima che Yuchi cambiasse il proprio atteggiamento, passando da infastidito per l’interruzione della sua guardia a un terrore tale da sgranare gli occhi.

Guardò con aria assente la luce e il sangue che schizzava proprio davanti a lui. La testa del soldato volò via, colpendo il tetto della carrozza. Poi ricadde, rotolando e rimbalzando alcune volte sul tessuto di feltro bianco, macchiandolo di rosso, prima di finire la propria corsa contro gli stivali di Yuchi.

La concubina urlò proprio accanto a lui, ma il suono di quelle grida gli giunse lontano. Yuchi si sentiva come se le sue orecchie fossero state avvolte da un sottile strato di garza. Ogni cosa divenne ovattata e indistinta.

Un alito di vento gelido lo colpì in piena faccia, e lui rabbrividì. Una voce colma d’angoscia gli stava ringhiando nella mente di fuggire, ma il suo corpo era stato per così tanto tempo corrotto dai comfort e dalla lussuria. Questo lo rese del tutto incapace di tenere il passo con il proprio cervello, finché non avvertì una fitta dolorosa, acuta e gelida all’altezza del torace.

Una distesa rosso sangue ammantò tutto ciò che Yuchi era in grado di vedere.

Così è questo il modo in cui la morte sopraggiunge.

Quello fu l’ultimo pensiero che gli attraversò la mente prima di spegnersi.

***

Una potente nevicata avrebbe potuto coprire tutto ciò che di ripugnante funestava il mondo. Tuttavia, sarebbe stata una soluzione temporanea. Quando la neve avesse terminato di cadere e il cielo fosse stato sgombro di nubi, l’orrore sarebbe di nuovo tornato alla luce. E c’erano degli atti così vili che neanche la più impetuosa tempesta, con i suoi enormi fiocchi gelidi, avrebbe potuto nascondere.

Il sangue rappreso divenne nero, e parve mimetizzarsi tra gli strati di neve sparsi qua e là. A una prima occhiata, sembravano rocce che affioravano dalla coltre di ghiaccio.

Poi i cavalli morti da tempo presero a crollare a terra, mentre la carrozza si capovolse su un fianco. C’erano alcune teste semi sotterrate dalla neve, e i loro proprietari sembravano aver smesso di respirare un bel po’ di tempo prima.

Diversi cavalieri in groppa ai loro animali si avvicinarono alla scena, galoppando attraverso la neve. La nebbia gelida sollevata dagli zoccoli dei cavalli si mescolò ai fiocchi di neve che svolazzavano tutt’intorno, creando una sorta di fumo denso.

L’uomo a capo della spedizione era completamente avvolto in un mantello di zibellino, con un ampio cappuccio sulla testa. Solo le sue vesti erano frustate dalle violente raffiche di vento, e in quel momento fluttuavano alle sue spalle, aderendogli al corpo.

Quelli che lo seguivano era ancora più intabarrati, tanto che avevano persino sigillato l’apertura delle loro maniche. Nessuno voleva esporre la propria pelle all’azione corrosiva di quella tempesta di neve. Sembrava sapessero tutti che quella tragedia sarebbe occorsa. Nessuno pareva davvero sorpreso o impaurito. Infatti, ognuno di loro si incamminò verso la scena per esaminarla, una volta che furono smontati da cavallo.

Un cadavere giaceva a faccia in giù sul terreno ammantato. La maggior parte del suo corpo era coperta di bianco, e solo una parte di collo restava esposta, nonostante anche quella stesse lentamente mimetizzandosi con la neve che gli cadeva addosso.  C’era un lungo squarcio che si estendeva dalla gola della vittima fin sulla sua nuca, la pelle e le carni strappate, le ossa frantumate. Il collo appariva quasi del tutto tranciato, il che era un chiaro segno di quanta forza l’assassino doveva aver impiegato nell’uccidere.

Una mano faceva capolino da sotto un mantello scuro. Bella e affusolata. Le ossa, avvolte da un sottile strato di pelle, apparivano né troppo scarne né troppo gonfie. Le dita sembravano perfette, alla stregua di graziosi steli di bambù verde. Gli occhi della gente dovevano essere stati attratti da quelle mani senza che ci fosse bisogno di alcun movimento particolare per catturarne l’attenzione. Delle dita simili potevano appartenere solo a una famiglia facoltosa.

Tuttavia, il proprietario di quelle mani non aveva potuto evitare che si sporcassero, raspando la neve e il ghiaccio intrisi di sangue. Doveva aver trattenuto i cristalli gelidi per un po’ tra le dita, prima che quelli si sbriciolassero. La neve restante gli doveva essere scivolata via, per poi aggrapparsi alla pelliccia delle sue vesti.

L’uomo a capo della spedizione guardò in basso, poi sollevò lentamente le sopracciglia.

La guardia che gli sostava accanto intanto sospirava al pensiero di non avere avuto il tempo per corrompere un ospite così importante come lui, appena giunto dalla capitale. Dopo aver visto la scena, tuttavia, tirò fuori un fazzoletto pulito e si fece avanti, un sorriso mellifluo dipinto sulle labbra.

«Ho giusto qui un fazzoletto, signore. Se vi fa piacere…»

Prima che potesse terminare, l’uomo si tolse il mantello e se lo gettò alle spalle. Mentre la guardia e gli altri attendenti fissavano la scena intirizziti e con i volti contratti, il mantello venne ghermito dal giovane uomo alle spalle di quello a capo della spedizione.

Pei Jingzhe sorrise appena. «Signore…»

«Prendilo,» disse con tranquillità l’altro.

Senza il mantello, i suoi abiti erano esposti del tutto al vento e alla neve. Era vestito di bianco, il copricapo verde giada, e le larghe maniche della tunica si agitavano all’impazzata sotto il giogo della tempesta.

Il solo guardarlo spinse gli altri a battere i denti per il freddo, ma il volto dell’uomo risultava impassibile.

Si accovacciò, quindi abbassò il capo e prese a esaminare il cadavere.

 

Note

I barbari di cui si parla nel romanzo sono i Göktürk. L’autore inglese da cui ho tradotto questo primo capitolo parlava di turchi, ma la cosa mi impensieriva perché ero certa non fossero chiamati così all’epoca, né dai cinesi né dalle genti stesse che ne facevano parte. Dust Bunny, che risulta essere quasi l’unico traduttore in giro per internet di Peerless, parla di queste popolazioni dapprima come se fossero nate dalla penna dell’autore, condividendo poi però il link a Wikipedia. La sua nota è:

Questa è la stessa popolazione chiamata “Tujue” già utilizzata in Thousand Autumns/Qianqiu, scritto dallo stesso autore di Peerless/Wushuang. Entrambi i romanzi sono ambientati nello stesso universo.

Vi lascio anche io il link alla pagina dei Göktürk in italiano: https://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6kt%C3%BCrk

C’è da dire che durante la dinastia Sui erano molte le popolazioni del nord che impensierivano i sovrani dell’Impero, Wendi prima e Yangdi, suo figlio, dopo (la guerra sanguinosa contro il Regno di Koguryo – la cui egemonia comprendeva i territori della Manciuria e si espandeva per tutta l’attuale Corea del Nord e parte della Corea del Sud – e il molto denaro speso per la costruzione dei canali interni al paese decretarono la fine dei Sui e la pessima fama del secondo e ultimo regnante, accusato peraltro di patricidio.

Le popolazioni che maggiormente attentavano alla prosperità del paese, però, erano proprio quelle dell’impero dei cosiddetti turchi orientali, i quali vivevano in quella regione che oggi chiamiamo Mongolia. La più grave minaccia non era tanto il fatto che attaccassero e saccheggiassero gli Stati limitrofi, perché restava comunque un impero vassallo della Cina, quanto il fatto che, stando alle chiacchiere sempre più insistenti, si stesse alleando con Koguryo stesso: una minaccia che Yangdi non poteva tollerare e che lo portò all’ossessione di conquistare la penisola coreana.

 

La seconda nota di cui ci parla Dust Bunny si riferisce alla città di Dianxing.

“Questa è la capitale dell’impero Sui nel romanzo Wushuang. Per i fan di Thousand Autumns/Qianqiu, la capitale precedente dell’impero era Chang’an. Wushuang infatti è ambientato 3 anni dopo l’ascesa al potere dell’imperatore Yang Jian.”

Attenzione: Yang Jian non era Yandi, il secondo imperatore della dinastia Sui, ma Wendi, ovvero suo padre, colui che fondò la dinastia. Yang Jian assunse il nome di Wendi alla sua morte, come sempre capitava agli imperatori cinesi (tranne qualche eccezione).

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