sabato 29 gennaio 2022

Wushuang - L'impareggiabile_Cap.2

Wushuang - L'impareggiabile

di Ming Xi Shi

Traduzione dall'inglese (Dust Bunny) di Federica


 

Capitolo 2 – Cui Buqu

Le indagini andarono avanti tutta la notte senza risentire delle condizioni investigative rese estremamente complicate da quella terribile tempesta.

Il luogo dello sfortunato incidente non era molto lontano dalla Città delle Sei Arti, quindi la notizia riguardo la morte dell’ambasciatore dei Khotan durante il suo viaggio fece il giro della popolazione. Il magistrato della contea era spaventato a morte all’idea di poter subire qualsiasi tipo di scherno in merito.

Per pura coincidenza, quella volta, dalla capitale era arrivata parecchia gente, per ordine dell’Imperatore, incaricata di accogliere il portavoce dei Khotan. Ma chi avrebbe mai potuto immaginare che, prima di poterlo ospitare, ci si sarebbe imbattuti in un caso d’omicidio?

Il magistrato della Città delle Sei Arti stava letteralmente tremando dalla paura, nella posizione d’inferiorità in cui si trovava, e non chiedeva altro che liberarsi della responsabilità che quel caso richiedeva come si fosse trattato di una patata bollente. Oltretutto, andare d’accordo con l’ospite proveniente dalla capitale, per quanto sorprendente potesse essere per lui, non era facile per niente! Non aveva detto una parola, ma aveva accettato il caso e preso un po’ di gente con sé per investigare sull’accaduto.

L’ufficiale di contea Liu Lin sollevò il capo, osservando come il vento via via andasse scemando al pari della neve. Inspirò a fondo.

Come ufficiale di contea della Città delle Sei Arti, sarebbe stato difficile chiamarsi fuori da quella storia se la corte imperiale avesse voluto approfondire le indagini sulla morte dell’ambasciatore avvenuta proprio alle porte del loro paese. Per quanto ci riflettesse su, però, non riusciva a immaginare a quale bandito sarebbe venuto in mente di uccidere il messaggero di un altro Regno. Anche se, in tutta onestà non aveva proprio mai sentito parlare di un bandito nella Città delle Sei Arti. Quelli che andavano di solito alla ricerca di semplici scaramucce non avrebbero mai osato sollevare un putiferio del genere…

Non pensava a niente in particolare quando girò il corpo per dare un’occhiata. 

Le guardie, nel frattempo, erano tutte impegnate a spazzare via la neve che si era accumulata, e così facendo dissotterrarono otto cadaveri coperti dalla tempesta. Molti di essi apparivano tali e quali al primo corpo ritrovato, le gole tranciate da una ferita fatale.

Solo l’uomo dalle vesti lussuose nella carrozza aveva un buco nel torace.

Liu Lin si abbassò d’istinto per estrarre dalla neve un coltello, quindi esclamò bruscamente: «C’è un lungo coltello dei Gokturks, qui!»

«Ce n’è un altro anche qui!» gridò di rimando un’altra guardia.

Non appena il coltello fu portato alla luce, notarono il sangue ancora presente sulla lama. Doveva aver ucciso parecchie persone.

Potrebbero essere stati i Gokturk ad ammazzare questa gente?, si chiese Liu Lin stupito. E più ci pensava, più si rendeva conto che quella poteva essere una teoria più che probabile.

Tutti sapevano che se fosse scoppiata una guerra tra i Gokturk e il grande impero Sui, nessuno di quelli ai confini avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. Era da tempo che alle popolazioni del nord non andava più a genio il fatto che il Regno di Khotan avesse deciso di sottrarsi a loro per mettersi al riparo dietro la protezione della dinastia Sui, quindi era probabile che i Goktutrk avesse approfittato di quell’opportunità per uccidere l’ambasciatore dei Khotan e creare le condizioni favorevoli per una disputa tra il Regno e l’Impero, rendendo il primo un nemico.

Ben presto, molti giunsero alle stesse conclusioni di Liu Lin.

In quel momento il caso appariva essere vicino alla sua risoluzione, pronto per essere concluso e discusso al fine di determinare le ragioni dell’omicidio; Liu Lin non era preparato al mal di testa che gli scoppiò subito dopo al pensiero che, se i Gokturk erano apparsi proprio vicino alla Citta delle Sei Arti, allora potevano essere benissimo entrati e trovarsi dentro le mura proprio in quel momento. La corporazione di Linlang aveva recentemente espresso la volontà di allestire la loro annuale asta nella Città delle Sei Arti. Sarebbe accorsa gente da ogni parte del paese, dai ricconi ai combattenti di qualsiasi clan e setta. Ciononostante, in quel momento loro avevano a che fare con un omicidio.     

Riusciva a prevedere cosa avesse in serbo per lui il fato. Se non avesse svolto nel migliore dei modi i suoi compiti e non si fosse fatto carico altresì della responsabilità dei Gokturk infiltratisi in paese, che era poi il motivo del suo cerchio alla testa, sarebbe stato condannato.

Riusciva quasi a vedere come fosse una nuvola nera proprio davanti ai suoi occhi, il presagio appena contemplato di perdere il proprio lavoro. Le gambe e le braccia si fecero d’improvviso deboli.

 

Tra gli importanti ospiti sopraggiunti c’era un giovane nome il cui cognome era Pei. Scese dalla carrozza con un piccolo cofanetto tra le mani.

Si trattava di un modello diventato molto popolare di recente tra i cittadini. Era piccolo e aveva tre cassettini, e sotto il terzo c’erano otto alloggiamenti. Era molto comodo per riporvi dei cosmetici o piccoli stuzzichini. Messo in una carrozza diventava ancora più utile, ed era amato dalle donne. Alcune nobili dame poi solevano usarli per portare con loro dei gioielli o dei piccoli tesori.

Pei Jingzhe lo portò con le mani all’altezza del proprio torace. Anche se non era prezioso come quelli che aveva visto nella capitale, era comunque di buona fattura e ottimo legno. Osservandolo da vicino, notò l’incisione di una donna vestita alla maniera dei Khotan, con il tradizionale abito utilizzato dalle danzatrici.

Il terzo cassetto era stato estratto.

Nel primo c’erano pesche e albicocche essiccate. Nel secondo, alcuni gioielli e ornamenti. Scoprirono alcune impiallacciature utilizzate generalmente dalle donne, non appena estrassero del tutto il terzo cassettino. Avevano ognuna dei pesciolini, insetti, stelle e lune intagliate usando delle laminature dorate.

Sembra ci fossero elle donne nella compagnia, pensò Liu Lin.

Non era una sorpresa. Stando a quanto si diceva, l’ambasciatore dei Khotan era un parente del re. Era del tutto naturale per loro viaggiare con una concubina o due quando uscivano fuori dal Regno. Purtroppo, era un vero peccato avessero perso ognuno la propria vita prima ancora di riuscire a testimoniare la grandezza della Città di Daxing.

«Cercate dei corpi femminili,» stava dicendo intanto l’uomo a capo della spedizione.

Quando diede l’ordine, tutto lo eseguirono all’istante, smontando da cavallo per dare il via alle ricerche.

Il costoso soprabito che aveva precedentemente gettato tra le braccia del suo secondo in quel momento giaceva abbandonato sul terreno, in mezzo alla neve. Liu Lin lo osservò mugugnando tra sé e sé con una lieve fitta di dolore, prima di imbarcarsi a sua volta nell’esplorazione.

Della compagnia dell’ambasciatore, fatta eccezione per le guardie a cavallo, erano presenti quattro carrozze in tutto. Su una aveva viaggiato l’ospite. Una era stata destinata alle provviste. Un’altra conteneva i tributi destinati probabilmente all’imperatore Sui. L’ultima, dalla struttura molto contenuta, doveva essere stata destinata al trasporto della servitù femminile dell’ambasciatore. Molto presto, portarono alla luce i corpi di due donne dissotterrandole dalla neve, proprio accanto a quella piccola carrozza. Anche a loro la vita era stata reclamata mediante un profondo squarcio nella gola.

Le due serve erano invero molto belle. Liu Lin immaginò avessero entrambe scaldato le coltri dell’ambasciatore al pari di come lo avessero servito abitualmente.

Non appena l’uomo a capo della spedizione si inginocchiò, portò il proprio naso a un soffio dal cadavere di una delle due donne, quasi stesse per baciarla. Alla vista di un così bell’uomo accanto al volto di un cadavere orribilmente macchiato del verde e il nero della morte, Liu Lin non poté che rabbrividire.

L’uomo, tuttavia, non sembrava curarsene affatto, tanto che mantenne la stessa posizione. Esaminò da vicino il corpo, aiutandosi perfino con le dita per allentare il colletto della vittima e annusarla in ogni sua parte. Sembrava un pervertito! Il giovane uomo che era con lui, che fino a poco prima era apparso tanto calmo, non poté più sopportare la vista di quella scena, tanto che a un certo punto urlò: «Mio Signore!»

«Cosa urli?» replicò l’altro, sollevandosi da terra per avvicinarsi all’altro corpo; si inginocchiò di nuovo e, di nuovo, annusò a lungo la pelle del cadavere prima di dire: «Deve esserci un’altra donna. Cercatela.»

Potrà mai esistere un’altra persona tanto strana?, si chiese Liu Lin, stordito.  

L’uomo, un po’ impaziente, spiegò: «Nella carrozza ho sentito un odore che non è presente su nessuno dei due corpi esaminati. Sono odori diversi. Pertanto, deve esserci un’altra donna dei dintorni. Trovatela!»

Si rimisero tutti a cercare, e alla fine riuscirono a dissotterrare altri venti corpi. A parte le due donne, gli altri erano tutti uomini.

L’uomo disse a Liu Lin: «Ordina a uno dei tuoi di restare qui a sorvegliare la scena del crimine. Il resto, che portino indietro i corpi.»

Quindi finisce tutto così?

Il re dei Khotan vorrà di sicuro investigare sull’omicidio del suo ambasciatore. Se i corpi saranno prelevati e il sole tornerà a sorgere, tutte le prove si scioglieranno. A quel punto come si potrà portare avanti le indagini?

Liu Lin era confuso. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni in merito, ma non osava farlo, quindi si limitò a lanciare un’occhiata a Pei Jingzhe facendogli dei brevi accenni con gli occhi.

Pei sospirò. Prese il costoso soprabito da terra e si fece forza per dare inizio al suo ammonimento. «Mio signore, stiamo per andare via? Non dovremmo preoccuparci delle carrozze e dei cavalli?»

«Dimmi, cosa risolveremmo restando qui?» lo rimbeccò l’altro.

Liu Lin intervenne balbettando. «Non dovremmo considerare le carrozze e le armi come prove evidenti? Se il popolo dovesse chiedere spiegazioni in merito almeno avremmo qualcosa d amostrare loro.»

«Non vedo la necessità di muovere le carrozze, mentre le armi possono essere tranquillamente portate indietro insieme ai cadaveri,» replicò l’uomo.

Non disse altro prima di rimontare a cavallo e voltarsi. Le sue vesti ripresero a fluttuare nel vento alla stessa maniera di quando erano giunti fin lì. Gli uomini a terra, rimasti sulla scena, si guardarono l’un l’altro, incerti su cosa fare.

Le guardie dislocate nelle piccole regioni come quella non avevano lo stesso addestramento e gli stessi talenti di quelle stanziate nella capitale. C’era ben poso da dire per mettere a confronto le prime con gli uomini provenienti dall’Ufficio di Jiejin. Pei Jingzhe restò indietro per dare a Liu Lin istruzioni precise su come ripulire la scena del crimine. Un gruppo di uomini avrebbero riportato indietro i cadaveri e le loro armi prima di tornare a Qiushan.

 

La Residenza di Qiushan si trovava nella parte est della Città delle Sei Arti, ed era circondata da montagne e lunghi corsi d’acqua, il che conferiva alla zona un certo clima di tranquillità. Il magistrato di Contea Zhao aveva una moglie conosciuta tra i locali per essere la figlia di un clan molto facoltoso, e la residenza era stata un dono di nozze che i suoi parenti avevano fatto alla novella moglie. A ogni primavera, Zhao portava lì la sua famiglia in villeggiatura per qualche giorno. Quella volta, dal momento che sarebbe giunto un importante ospite dalla capitale, aveva dato ordine ai suoi servitori di riordinare e ripulire da cima a fondo la residenza. Una volta che l’ospite fosse arrivato, avrebbero potuto guidarlo direttamente lì: se si fosse trovato a proprio agio, lui avrebbe avuto meno problemi a cui badare.  

A Pei piaceva stare nella Residenza di Qiushan, specialmente quando la neve non era ancora del tutto sciolta, ma i rami erano già carichi delle loro piccole foglie in procinto di spuntare. C’era un’eleganza, in quel luogo, di cui era impossibile godere nella capitale, e ogni volta che aveva l’occasione di visitarla il suo umore migliorava sensibilmente.

Anche se sapeva che quello del secondo comandante dell’Ufficio di Jiejian sarebbe stato pessimo per molti giorni a venire.

Una campanella di rame suonò non appena l’uomo che era stato mandato in missione fece ritorno nella Residenza Qiushan. Appariva trasandato e stanco, nonostante le sue dita al contrario dimostrassero destrezza e abilità per come aveva arrotolato una lettera per poi inserirla in una canna di bambù.

Pei Jinzhe non lo sentì arrivare, ma l’uomo che gli era accanto assottigliò lo sguardo quando si accorse della sua presenza.

«Manda fuori qualcuno con l’ordine di investigare circa la concubina che l’ambasciatore aveva portato con sé,» disse Feng Xiao quando il messaggero consegnò la canna di bambù a Pei.

 

La contea di Qiemo era situata tra la città delle Sei Arti e il Regno Khotan. All’apparenza era assoggettata alla dinastia Sui, ma i Gokturk e la dinastia del Sud stavano combattendo tra loro per appropriarsene. Per questo, nessuno vi aveva badato più di tanto.

Per spostarsi dalla Pianura Centrale alle regioni più a est, avrebbero tuttavia dovuto attraversare necessariamente la contea. Dopo chissà quanto tempo, Qiemo tornava a essere il luogo ideale per approvvigionarsi. La gente proveniente da ogni punto dell’Impero avrebbe soggiornato lì per fare una pausa dal viaggio. L’Ufficio di Jiejian, pertanto, aveva da tempo installato una sorta di roccaforte per scambiare informazioni con ognuno dei suoi ufficiali, se fosse servito.

Mentre riceveva la canna di bambù, Pei non poté fare a meno di chiedere: «Hai qualche pista da seguire per questo caso?»

Feng Xiao afferrò il documento e glielo lanciò contro.

Pei lo prese al volo e lo aprì maldestramente. Il nome dell’ambasciatore era Yuchi Jinwu, il nipote del re di Khotan. Nella lettera, il sovrano esprimeva la sua sincera ammirazione per la dinastia Sui e si diceva speranzoso di poter stabilire un’alleanza con loro in modo da poter sventare l’uno per l’altro gli attacchi dei Gokturk.

La verità stava finalmente venendo alla luce: il re Khotan voleva che l’Impero li aiutasse con i Gokturk, ma aveva anche timore che la dinastia Sui potesse imporre le proprie regole sul suo Regno. Quindi, da una parte il sovrano cercava di stringere un’alleanza con la dinastia, ma dall’altro ne aveva profondo timore.

L’editto reale era stato emanato per essere consegnato esclusivamente all’Imperatore, ma dal momento che l’ambasciatore era morto, diventava a tutti gli effetti una prova evidente per risolvere il caso; per quel motivo gli veniva affidato. L’assassinio di Yuchi Jinwu e della sua compagnia non era avvenuto né per ragioni di denaro né per posizione sociale. Anche perché l’editto reale era rimasto nella carrozza. Tutto era stato lasciato là sulla scena.

Una volta terminato di leggerla, Pei Jingzhe arrotolò la lettera e si rivolse a Feng Xiao. «Mio Signore, è stato assassinato un cittadino Khotan nelle terre Sui. Questo fatto macchierà l’orgoglio della dinastia al pari di una disputa con il Regno Khotan. Ha tutta l’aria di essere qualcosa che ideerebbero i Gokturk.»

Feng Xiao sollevò un sopracciglio. «Sono venuto sulle nostre terre e hanno ucciso qualcuno. Perché hanno utilizzato un coltello di quelle dimensioni? Se avessero usato semplicemente una spada proveniente dalla Pianura Centrale noi non avremmo avuto lo straccio di una pista da seguire.»

Pei Jingzhe si portò una mano al mento. «I Gokturk sono sempre stati impulsivi e violenti. Non è inusuale per loro aver commesso un crimine del genere in pieno giorno. Oltretutto, sono in guerra con quelli della Pianura Centrale. Se avessero preso una delle nostre armi non lo avremmo saputo?»

«Hai fatto caso se mancava qualcosa sulla carrozza?» lo rimbeccò Fei Xiao.

Pei Jingzhe ci rifletté a lungo. L’editto reale, che è diventato la prova più importante, era ancora lì. Che altro potrebbe mancare? Persino i tributi che stava trasportando l’ambasciatore erano ognuno al proprio posto…

D’improvviso, il suo sguardo fu attraversato da un lampo di comprensione. «La lista dei tributi! Non abbiamo trovato la lista dei tributi!»

Feng Xiao si lasciò sfuggire un “Mh”, come se pensasse che dopotutto Pei non fosse proprio senza speranze.

Pei Jingzhe ormai era abituato ai modi stravaganti del Secondo Comandante, ma fu sorpreso di ricevere un’approvazione simile da Feng Xiao. Si affrettò ad aggiungere: «L’assassino ha portato via la lista dei tributi, quindi potrebbe aver trafugato qualcosa di cui desidera non si venga a sapere. Abbiamo solo bisogno di chiedere ragguagli al Re Khotan per saperne di più.»

«Il tempo che impiegheremmo per fare avanti e indietro potrebbe essere troppo per tutto ciò che abbiamo da fare. Prendimi il cofanetto che hai trovato,» replicò Feng Xiao.

L’altro obbedì e gli consegnò l’oggetto con tutti i cassetti aperti.

«Manca qualcosa,» sentenziò Feng Xiao.

Pei apparve scioccato. Non aveva notato nulla di strano nonostante avesse controllato quell’affare diverse volte.

Ma se si fosse azzardato a dire ciò che gli passava per la testa, sarebbe stato di certo rimproverato. Pertanto, disse onestamente: «Vi prego di accettare le mie scuse per la mia lentezza. Mio Signore, vi prego di aiutarmi a capire.»

«Cosmetici.»

La gente capace di restare al fianco del Secondo Comandante non era idiota. Pei Jingzhe fece subito i collegamenti appropriati.

«Ci sono delle impiallacciature nel cofanetto, quindi dovrebbero essere presenti anche profumi e rossetti. Ma la fragranza che aleggiava nella carrozza non è la stessa di quella riscontrata sul corpo delle due serve. Per questo doveva esserci un’altra donna, e probabilmente era l’amata concubina dell’ambasciatore. Forse si è trattato di un rapimento? No, non dev’essere andata così. La carrozza non appariva né in disordine, né sembrava ci fossero cose messe a casaccio. Tutto era al proprio posto. Quando è stata presa, era senz’altro consenziente.»

Quando Pei giunse alla conclusione dei propri ragionamenti esclamò: «L’assassina è la donna scomparsa!»

Feng Xiao si rimboccò le maniche della veste. «Non può essere stata lei, ma è probabilmente connessa al caso. L’assassino aveva un coltello di grandi dimensioni, ma non dev’essere qualcuno appartenente ai Gokturk. Indaga sulla questione e fammi rapporto entro tre giorni.»

Pei Jingzhe annuì, ancora scioccato. «Sì, Mio Signore.»

***

Tre giorni non erano un periodo chissà quanto lungo, ma non erano neanche pochi. Il tempo scorse pigramente, ma risultò abbastanza difficile destreggiarsi tra un giorno e l’altro.

Pei Jingzhe conosceva molto bene il carattere di Feng Xiao. Tre giorni significavano esattamente tre giorni. Non avrebbe potuto tardare neanche di un’ora. Quindi, non appena ricevuto l’ordine, aveva fatto involare un piccione viaggiatore e mandato in missione degli uomini a cavallo. Il piccione inviato alla contea di Qiemo si imbatté in una tempesta e non fece più ritorno. Per fortuna, però, lui aveva preparato per tempo un piano B. Quando giunse il terzo giorno, gli uomini che aveva inviato in missione fecero ritorno con alcune lettere.

Feng Xiao, gli occhi socchiusi, disse: «Avanti, parla.»

«Yuchi Jinwu è arrivato nella Pianura Centrale diversi anni fa,» rispose con sincerità Pei, «e lì si è imbattuto in una donna proveniente dalla Città delle Sei Arti che di cognome faceva Qin. Dopo svariati tentativi, alla fine l’ha presa come sua concubina e portata nel Regno di Khotan. Yuchi Jinwu apprezzava davvero molto quella ragazza. Quando si è messo in viaggio verso la Pianura Centrale per trasportare i tributi del Regno, se l’è portata dietro. Pertanto, è molto probabile che la donna scomparsa dopo la strage della compagnia Khotan sia quella Qin.»

«Tutto qui?» fece Feng Xiao.

Pei riprese: «Abbiamo condotto qualche indagine per capire dove vivesse questa Qin. Si è trattato di un lungo viaggio, ma sono riuscito a scoprire qualcosa. I suoi genitori sono entrambi morti e per questo viveva nella casa di sua zia. Quando si è trasferita con Yuchi Jinwu, si è portata dietro anche quella sua parente. Stando a quanto raccontano i vicini, era una tipa molto credente. Pare che prima di sposarsi fosse solita recarsi al Tempio Buddhista di Giada e al Tempio Daoista di Zixia. Ogni mese, durante il primo e il quindicesimo giorno lunari, andava lì a pregare.»

Feng Xiao spalancò gli occhi. «Ah! Finalmente una notizia interessante dopo tutto questo ciarlare!»

Pei Jingzhe, irritato, replicò: «Be’, dovevo pur terminare con la prima parte del resoconto prima di iniziare con la seconda, no? Il Tempio Buddhista di Giada è solitamente molto accogliente e spesso decisamente affollato, mentre il Tempio Daoista di Zixia è piuttosto particolare. È stato a lungo abbandonato all’incuria del tempo. Raramente si vede qualcuno transitarvi. Se quella Qin voleva pregare, perché non recarsi in un tempio più vivace?»

Feng Xiao rimase in silenzio, quindi Pei continuò: «La cosa un po’ bizzarra è che due mesi fa si è appropinquato al Tempio Daoista un nuovo Maestro. Subito dopo, quel luogo è tornato a essere affollato. Dicono tutti che le arti curative utilizzate in quel tempio siano eccellenti e che il nuovo Maestro sia generoso e molto a modo. Se c’è bisogno di aiuto, lui accorre subito in risposta.»

«Qual è il nome di questo nuovo Maestro, e cosa c’è nel suo passato?» domandò Fei Xiao.

«Il suo cognome è Cui, il nome completo Cui Buqu. So che ha studiato per diventare daoista, ma il suo passato è avvolto nella nebbia.»

Cui Buqu.*

Rifiutarsi di andare dove? E perché?

Le terre coperte dal cielo erano così vaste… c’era forse un luogo interdetto a qualcuno?

Feng Xiao fece schioccare la lingua contro il palato al suono di quel nome, poi piegò un angolo delle labbra atteggiandole in un ghigno.

Era davvero, davvero molto interessante.

 

Nota dell’autore:

*Cui Buqu: Cui è il cognome, ma Buqu significa letteralmente “rifiutarsi di andare”. Si tratta di un nome davvero molto inusuale, ed è strano conferirlo a qualcuno.         

domenica 23 gennaio 2022

Wushuang - L'Impareggiabile_Cap.1

 Wushuang - L'Impareggiabile

di Meng Xi Shi

Traduzione dall'inglese (Asian novel + Dust Bunny) di Federica

 


Capitolo 1

Tumulti nelle Terre di Confine

 

Il vento del nord imperversava e infuriava per le terre. La primavera non era neanche lontanamente vicina.

Era quasi marzo, ma il tempo restava tetro al confine. Il cielo, un attimo era blu e poi, in un battito di ciglia, ecco che mutava senza alcuna avvisaglia. Un vento gelido si sollevò dalle terre limitrofi. Nubi scure si riunirono fino a formare un denso nero che gravava sulle teste delle persone, come un’ombra inestinguibile che pesava sui cuori di ognuna.

Yuchi Jinwu riusciva a percepire il rallentare dei suoi uomini a mano a mano che procedevano. A un tratto, sollevò la tenda e sporse il collo all’esterno per dare un’occhiata.

In quella, il vento ululò, portando con sé un po’ di sabbia. La sua amata concubina, accanto a lui, urlò in segno di allarme, aggrappandosi poi in fretta al suo braccio.

«Signore, riusciremo ad arrivare in città prima che faccia buio?»

La voce dolce e soave alleggerì appena l’ansia che attanagliava Yuchi Jinwu. Le diede qualche pacca sulla coscia. Attraverso la stoffa sottile poteva percepire la soda consistenza di ciò che vi era celato sotto. Riusciva addirittura a immaginare la pelle liscia e morbida che avrebbe trovato una volta rimosso quello stupido abito, ma non era dello stato d’animo giusto per flirtare con lei, in quel momento.

«Penso di sì,» rispose, ma lo fece accigliato e con un tono di voce incerto.

Era un membro della famiglia reale dei Khotan. Era stato incaricato dal re di visitare la Piana Centrale e pagare il tributo a loro dovuto.

In quel periodo, proprio nella Piana Centrale, la grande dinastia Sui aveva da poco deposto i Zhou e stabilito la propria reggenza come la nascente Dinastia del Nord.

L’imperatore dei Sui, Yang Jian, era un tipo tanto ambizioso da essersi messo in prima linea pur di assicurare prosperità al paese. Per questo, l’emblema di quella nuova dinastia era un sole nascente, capace di irradiare prosperità sconfinata. Perfino i Chen del sud avevano inviato dei messi per porgere i propri omaggi.

Il Regno di Khotan era un semplice Stato situato ai margini della Grande Muraglia, ma i frequenti assalti dalle popolazioni barbare avevano messo a dura prova la resistenza della loro gente. Il re di Khotan aveva sentito dire che la dinastia Sui avrebbe raggiunto la capitale entro l’anno con un ordine di amnistia e, subodorando il vantaggio celato dietro a quella insperata opportunità, aveva inviato in fretta Yuchi Jinwu in missione speciale. L’uomo portava con sé regali preziosi e l’intento preciso di guadagnare un’udienza con l’imperatore Sui nella città di Daxing. Da una parte, l’incontro sarebbe servito a stabilire un rapporto amichevole tra il Regno e l’Impero, ma dall’altra c’era la speranza che i Sui potessero inviare delle truppe a protezione dei Khotan.

In ogni caso, comunque, il viaggio non stava andando molto bene.

Dopo aver lasciato il Regno, non appena avevano varcato i confini di Qiemo, i cavalli avevano iniziato a vomitare e stare male di stomaco e ci erano voluti parecchi giorni prima che si riprendessero. Ciononostante, appena ripreso il viaggio, si erano imbattuti in quelle terribili condizioni climatiche. Angoscia e agitazione si succedevano nella mente di Yuchi, ormai. Addirittura, espresse il desiderio che un paio di ali gli spuntassero sulla schiena per consentirgli di volare nell’immediato e raggiungere la città di Daxing.

Non poté fare a meno di lanciare un’altra occhiata verso un angolo della carrozza. C’erano due bauli accatastati l’uno sull’altro, contenenti i suoi effetti personali e alcuni vestiti. Dal momento che la carrozza era spaziosa e i bauli non poi così ingombranti, aveva dato disposizione ai servitori affinché fossero stipati all’interno del mezzo, perché non c’era alcun bisogno che restassero sul retro. A un certo punto perfino l’amata concubina si rese conto del suo sguardo insistente. Sorrise con dolcezza, poi chiese ridacchiando: «Signore, vi prego, ditemi: c’è qualche bellezza nascosta in quei bauli?»

La tensione di Yuchi scemò lentamente al suono di quelle moine scherzose. «E che ne sarebbe di te se davvero ce ne fosse una?»    

La sua bellissima concubina, fingendosi arrabbiata, rispose in maniera civettuola: «In quel caso non avrei altra scelta se non uscire di qui, abbandonare il mio posto e consegnare con rassegnazione il mio Signore a lei!»

Yuchi Jinwu si lasciò andare a una risata di cuore prima di stringerla tra le braccia. I corpi di entrambi aderirono l’uno all’altro e in un attimo le cose si fecero intime tra loro. Quella breve parentesi aiutò Yuchi a disperdere gran parte dell’oscura nube che attanagliava il suo cuore.

«Non dovrai dire a nessuno ciò che sto per rivelarti. Perlomeno, non prima che si riesca ad arrivare nella città di Daxing.»

Tanto lui era solenne, tanto la concubina risultava curiosa. Si aggrappò alla sua manica, impiegando ogni suo sforzo per essere abbastanza civettuola da permettersi di insistere ancora. Solo allora Yuchi Jinwu disse con lentezza: «Nei bauli è custodito un tributo.»

«Ma non sono tutti stipati nella carrozza dietro la nostra?» volle sapere lei, perplessa.

«Quelli sono solo alcuni doni di poco conto. Come potrebbe un imperatore come quello dei Sui prendere anche solo in considerazione oro e gioielli?»

La concubina fu davvero sorpresa nell’udire quelle parole. «Ma il nostro è solo un piccolo Stato. Quale raro oggetto potremmo mai avere per suscitare la brama dell’Imperatore? A meno che non si tratti di un raro pezzo di giada…»

Yuchi Jinwu le diede un pizzicotto sulla guancia delicata.

«Come sei intelligente. Ha davvero qualcosa a che fare con la giada, ma non si tratta di una semplice pietra. È la Giada Tianchi.»

La concubina lanciò un urlo di stupore. «La leggendaria giada che assicura l’immortalità?»

 Prima che potesse finire, tuttavia, Yuchi le aveva già coperto la bocca con una mano. La donna tornò in sé quando notò lo sguardo severo che il suo Signore le stava rivolgendo, quindi ridusse la sua voce a un sussurro. «Ero fuori di me. Quello è il tesoro più prezioso di Khotan, eppure volete dirmi che il re lo sta dando via?»

Yuchi Jinwu annuì a malincuore. «Cos’altro avremmo potuto fare? Il re spera di ottenere un’alleanza con i Sui, quindi non aveva altra scelta se non privarsi di qualcosa abbastanza degno di fiducia.»

A dispetto del nome, la Giada di Tianchi non era stata trovata nei pressi del lago omonimo, ma dissotterrata da un taglialegna Khotan del tutto casualmente. Mentre stava lavorando, infatti, l’uomo era giunto inaspettatamente nei pressi di una cava e aveva trovato quel pezzo di giada, che sembrava avere cristallizzata al suo interno l’intera essenza della montagna stessa. La leggenda narrava che era chiara e limpida come la rugiada del mattino con un cuore azzurro ghiaccio nel centro, proprio come le acque del Lago Tianchi provenienti dai monti innevati. Fu così che la giada assunse quel suo nome caratteristico.

Il taglialegna mostrò al re la pietra rinvenuta. Stando a quanto narrato, la madre del sovrano, a quel tempo, era affetta da una strana e cronica malattia. Il re, allora, tagliò una piccola lastra della giada, la ridusse in polvere e la aggiunse alla sua medicina. La nobile madre si ristabilì completamente, ma non solo: anche la sua pelle ringiovanì, e l‘incarnato riacquistò la brillantezza di un tempo. Si raccontava che la regina Dowager fosse vissuta per più di novant’anni e che fosse morta solo pochi anni prima.  

Fu questo il motivo per il quale la fama della Giada di Tianchi si diffuse a macchia d’olio. E per molti la pietra divenne non più solo un mezzo per guadagnare di nuovo gli anni della giovinezza, ma anche l’elisir per salvarsi da ogni malattia, nonché il rimedio per i guerrieri marziali di ristabilire i propri meridiani e la forza interna. Un simile tesoro aveva ovviamente attratto la brama di molti, ma i Khotan vedevano la giada come un tesoro nazionale. Nessuno sapeva dove il sovrano l’avesse custodita. Di sicuro, la Giada di Tianchi doveva essere uno dei motivi per cui i barbari avevano messo gli occhi su uno Stato piccolo come quello di Khotan.

Il re di Khotan non era un folle, sapeva benissimo a cosa sarebbe andato incontro custodendo una simile gemma. Ma un pezzo di giada non era così importante davanti alla pace e alla stabilità del suo popolo. Perciò, portare la gemma all’Imperatore Sui in cambio di protezione era certamente la scelta più saggia che potesse fare, rispetto al lasciare ai turchi la possibilità di impadronirsene.

I perché e i per come di tutta la storia mozzarono letteralmente il fiato alla concubina, che domandò: «Mio Signore, è davvero sicuro scortare un tesoro così prezioso fino alla corte dei Sui avvalendosi di così poche persone?»

Yuchi rise di gusto. «Non sottovalutare quegli uomini là fuori. Sono i migliori guerrieri marziali al servizio del Regno. Il Re ha mandato tutti quelli che aveva con noi, questa volta. Meno attenzione attirano, meglio è per tutti.» Si fermò per un momento a riflettere, poi la avvertì di nuovo dicendo: «Che resti fra me e te. Non deve esserci una terza persona a conoscenza di questa storia.»

La concubina annuì freneticamente. «Vi assicuro che ho capito. Se la notizia trapelasse le nostre vite sarebbero in pericolo. Meno persone sanno qualcosa, meglio è.»

Yuchi Jinwu affondò le lunghe dita nella fluente chioma nera di lei, esprimendo la propria soddisfazione. «Sei con me da circa cinque anni. Ho sempre saputo che eri la più intuitiva. Non ho alcun motivo di preoccuparmi. Una volta che saremo in città, l’Imperatore ci invierà altri soldati per scortarci fin nella capitale. A quel punto potremo starcene davvero tranquilli.»

 Mentre erano impegnati a parlare tra loro a bassa voce, il vento crebbe d’intensità, trasportando sabbia e neve, tanto che anche la carrozza prese a muoversi, scossa dalle forti raffiche. I profili in legno del mezzo scricchiolavano sotto tutta quell’impetuosità.   

Yuchi Jinwu non era più nello stato d’animo adatto a proseguire la conversazione. Le sue labbra si incresparono e cadde il silenzio. La sua amata concubina si strinse saldamente alle sue vesti. Si rannicchiò tra le sue braccia, non osando neanche muoversi. Tra gli ululati incessanti del vento, a Yuchi pareva di udire il rumore di una moltitudine di cavalli al galoppo che, via via, si avvicinava a loro.

Dal momento che i mercanti amavano la merce che avevano a disposizione e adoravano vivere a lungo, Yuchi dubitava che si trattasse di qualcuno di loro, perché non si sarebbero mai arrischiati a proseguire nel proprio viaggio con quel tempo. Potevano essere i messaggeri dell’Imperatore, inviati fin lì per incontrarli.

A quel pensiero, si sentì rinfrancato. Disse alla sua concubine: «Esco un attimo fuori per dare un’occhiata…»

La tenda fu sollevata. Una guardia fece capolino con la testa e disse con apprensione: «Signore, ci sono troppo vento e troppa polvere, qui fuori. Perché non ci fermiamo al rifugio di fronte a…»

E tutto precipitò in un istante.

Ci volle solo un momento prima che Yuchi cambiasse il proprio atteggiamento, passando da infastidito per l’interruzione della sua guardia a un terrore tale da sgranare gli occhi.

Guardò con aria assente la luce e il sangue che schizzava proprio davanti a lui. La testa del soldato volò via, colpendo il tetto della carrozza. Poi ricadde, rotolando e rimbalzando alcune volte sul tessuto di feltro bianco, macchiandolo di rosso, prima di finire la propria corsa contro gli stivali di Yuchi.

La concubina urlò proprio accanto a lui, ma il suono di quelle grida gli giunse lontano. Yuchi si sentiva come se le sue orecchie fossero state avvolte da un sottile strato di garza. Ogni cosa divenne ovattata e indistinta.

Un alito di vento gelido lo colpì in piena faccia, e lui rabbrividì. Una voce colma d’angoscia gli stava ringhiando nella mente di fuggire, ma il suo corpo era stato per così tanto tempo corrotto dai comfort e dalla lussuria. Questo lo rese del tutto incapace di tenere il passo con il proprio cervello, finché non avvertì una fitta dolorosa, acuta e gelida all’altezza del torace.

Una distesa rosso sangue ammantò tutto ciò che Yuchi era in grado di vedere.

Così è questo il modo in cui la morte sopraggiunge.

Quello fu l’ultimo pensiero che gli attraversò la mente prima di spegnersi.

***

Una potente nevicata avrebbe potuto coprire tutto ciò che di ripugnante funestava il mondo. Tuttavia, sarebbe stata una soluzione temporanea. Quando la neve avesse terminato di cadere e il cielo fosse stato sgombro di nubi, l’orrore sarebbe di nuovo tornato alla luce. E c’erano degli atti così vili che neanche la più impetuosa tempesta, con i suoi enormi fiocchi gelidi, avrebbe potuto nascondere.

Il sangue rappreso divenne nero, e parve mimetizzarsi tra gli strati di neve sparsi qua e là. A una prima occhiata, sembravano rocce che affioravano dalla coltre di ghiaccio.

Poi i cavalli morti da tempo presero a crollare a terra, mentre la carrozza si capovolse su un fianco. C’erano alcune teste semi sotterrate dalla neve, e i loro proprietari sembravano aver smesso di respirare un bel po’ di tempo prima.

Diversi cavalieri in groppa ai loro animali si avvicinarono alla scena, galoppando attraverso la neve. La nebbia gelida sollevata dagli zoccoli dei cavalli si mescolò ai fiocchi di neve che svolazzavano tutt’intorno, creando una sorta di fumo denso.

L’uomo a capo della spedizione era completamente avvolto in un mantello di zibellino, con un ampio cappuccio sulla testa. Solo le sue vesti erano frustate dalle violente raffiche di vento, e in quel momento fluttuavano alle sue spalle, aderendogli al corpo.

Quelli che lo seguivano era ancora più intabarrati, tanto che avevano persino sigillato l’apertura delle loro maniche. Nessuno voleva esporre la propria pelle all’azione corrosiva di quella tempesta di neve. Sembrava sapessero tutti che quella tragedia sarebbe occorsa. Nessuno pareva davvero sorpreso o impaurito. Infatti, ognuno di loro si incamminò verso la scena per esaminarla, una volta che furono smontati da cavallo.

Un cadavere giaceva a faccia in giù sul terreno ammantato. La maggior parte del suo corpo era coperta di bianco, e solo una parte di collo restava esposta, nonostante anche quella stesse lentamente mimetizzandosi con la neve che gli cadeva addosso.  C’era un lungo squarcio che si estendeva dalla gola della vittima fin sulla sua nuca, la pelle e le carni strappate, le ossa frantumate. Il collo appariva quasi del tutto tranciato, il che era un chiaro segno di quanta forza l’assassino doveva aver impiegato nell’uccidere.

Una mano faceva capolino da sotto un mantello scuro. Bella e affusolata. Le ossa, avvolte da un sottile strato di pelle, apparivano né troppo scarne né troppo gonfie. Le dita sembravano perfette, alla stregua di graziosi steli di bambù verde. Gli occhi della gente dovevano essere stati attratti da quelle mani senza che ci fosse bisogno di alcun movimento particolare per catturarne l’attenzione. Delle dita simili potevano appartenere solo a una famiglia facoltosa.

Tuttavia, il proprietario di quelle mani non aveva potuto evitare che si sporcassero, raspando la neve e il ghiaccio intrisi di sangue. Doveva aver trattenuto i cristalli gelidi per un po’ tra le dita, prima che quelli si sbriciolassero. La neve restante gli doveva essere scivolata via, per poi aggrapparsi alla pelliccia delle sue vesti.

L’uomo a capo della spedizione guardò in basso, poi sollevò lentamente le sopracciglia.

La guardia che gli sostava accanto intanto sospirava al pensiero di non avere avuto il tempo per corrompere un ospite così importante come lui, appena giunto dalla capitale. Dopo aver visto la scena, tuttavia, tirò fuori un fazzoletto pulito e si fece avanti, un sorriso mellifluo dipinto sulle labbra.

«Ho giusto qui un fazzoletto, signore. Se vi fa piacere…»

Prima che potesse terminare, l’uomo si tolse il mantello e se lo gettò alle spalle. Mentre la guardia e gli altri attendenti fissavano la scena intirizziti e con i volti contratti, il mantello venne ghermito dal giovane uomo alle spalle di quello a capo della spedizione.

Pei Jingzhe sorrise appena. «Signore…»

«Prendilo,» disse con tranquillità l’altro.

Senza il mantello, i suoi abiti erano esposti del tutto al vento e alla neve. Era vestito di bianco, il copricapo verde giada, e le larghe maniche della tunica si agitavano all’impazzata sotto il giogo della tempesta.

Il solo guardarlo spinse gli altri a battere i denti per il freddo, ma il volto dell’uomo risultava impassibile.

Si accovacciò, quindi abbassò il capo e prese a esaminare il cadavere.

 

Note

I barbari di cui si parla nel romanzo sono i Göktürk. L’autore inglese da cui ho tradotto questo primo capitolo parlava di turchi, ma la cosa mi impensieriva perché ero certa non fossero chiamati così all’epoca, né dai cinesi né dalle genti stesse che ne facevano parte. Dust Bunny, che risulta essere quasi l’unico traduttore in giro per internet di Peerless, parla di queste popolazioni dapprima come se fossero nate dalla penna dell’autore, condividendo poi però il link a Wikipedia. La sua nota è:

Questa è la stessa popolazione chiamata “Tujue” già utilizzata in Thousand Autumns/Qianqiu, scritto dallo stesso autore di Peerless/Wushuang. Entrambi i romanzi sono ambientati nello stesso universo.

Vi lascio anche io il link alla pagina dei Göktürk in italiano: https://it.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6kt%C3%BCrk

C’è da dire che durante la dinastia Sui erano molte le popolazioni del nord che impensierivano i sovrani dell’Impero, Wendi prima e Yangdi, suo figlio, dopo (la guerra sanguinosa contro il Regno di Koguryo – la cui egemonia comprendeva i territori della Manciuria e si espandeva per tutta l’attuale Corea del Nord e parte della Corea del Sud – e il molto denaro speso per la costruzione dei canali interni al paese decretarono la fine dei Sui e la pessima fama del secondo e ultimo regnante, accusato peraltro di patricidio.

Le popolazioni che maggiormente attentavano alla prosperità del paese, però, erano proprio quelle dell’impero dei cosiddetti turchi orientali, i quali vivevano in quella regione che oggi chiamiamo Mongolia. La più grave minaccia non era tanto il fatto che attaccassero e saccheggiassero gli Stati limitrofi, perché restava comunque un impero vassallo della Cina, quanto il fatto che, stando alle chiacchiere sempre più insistenti, si stesse alleando con Koguryo stesso: una minaccia che Yangdi non poteva tollerare e che lo portò all’ossessione di conquistare la penisola coreana.

 

La seconda nota di cui ci parla Dust Bunny si riferisce alla città di Dianxing.

“Questa è la capitale dell’impero Sui nel romanzo Wushuang. Per i fan di Thousand Autumns/Qianqiu, la capitale precedente dell’impero era Chang’an. Wushuang infatti è ambientato 3 anni dopo l’ascesa al potere dell’imperatore Yang Jian.”

Attenzione: Yang Jian non era Yandi, il secondo imperatore della dinastia Sui, ma Wendi, ovvero suo padre, colui che fondò la dinastia. Yang Jian assunse il nome di Wendi alla sua morte, come sempre capitava agli imperatori cinesi (tranne qualche eccezione).

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